Ti sei mai chiesto cosa stia succedendo davvero al web che conoscevamo? Quel web fatto di articoli, link, confronto tra fonti, dove cliccare su un risultato in SERP era parte integrante dell’esperienza digitale. Oggi, sempre più spesso, le risposte ci vengono servite su un piatto d’argento, senza neanche il bisogno di cliccare. Un bel risparmio di tempo, penserà qualcuno. Ma cosa stiamo perdendo in cambio?
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Dietro questa apparente efficienza c’è una rivoluzione silenziosa, una trasformazione strutturale che sta sconvolgendo l’architettura stessa del web. Una rivoluzione che porta la firma dell’intelligenza artificiale, e che vede in prima linea Google: più simile, ormai, ad un sistema di risposta automatizzata che ad un motore di ricerca.
Dal click al riassunto: come Google sta smontando il web che conosciamo (e che ha creato)
La svolta è iniziata con l’introduzione dell’AI Overviews, panoramiche generate automaticamente che compaiono in cima ai risultati di ricerca. L’utente digita una domanda e riceve una risposta sintetica direttamente nella SERP. Non c’è più bisogno di cliccare sui link, leggere articoli, valutare fonti. Il flusso si interrompe lì.
Questa semplificazione – che potrebbe sembrare un’evoluzione naturale dell’esperienza utente – è, di fatto, un cambio di paradigma: il valore del contenuto originale, costruito con competenza, viene assorbito dall’algoritmo e restituito come sintesi. Senza passaggi. Senza attribuzione, spesso. E soprattutto, senza traffico per chi quel contenuto lo ha prodotto.
L’era della “risposta diretta”: addio ai link blu
Durante l’evento Google I/O 2025, Liz Reid – VP della Ricerca – ha dichiarato che “la pagina dei risultati è solo un costrutto culturale”. Una frase destinata a fare epoca. Perché ciò che sottintende è che l’interfaccia a cui ci eravamo abituati – l’elenco ordinato di link blu – non è più considerata centrale. Anzi, è vista come obsoleta.
La nuova AI Mode di Google punta su un’esperienza immersiva, conversazionale, dove la ricerca si trasforma in dialogo e l’utente resta dentro l’ecosistema Google. Il contenuto? Diventa accessorio. O peggio, trasparente. I link ai siti originali sono spinti in basso, quando non completamente omessi. È una disintermediazione completa, con Google che gestisce domanda e offerta, informazione e presentazione, contenuto e contesto. E se da noi – in Italia – tutto questo è appena cominciato, negli Stati Uniti, invece…
La crisi dell’editoria digitale: numeri che fanno paura
I numeri non mentono. Secondo dati Similarweb, il traffico organico verso testate come HuffPost e Washington Post si è dimezzato negli ultimi tre anni. Business Insider ha registrato un crollo del 55% nel periodo aprile 2022 – aprile 2025, con conseguente taglio del 21% del personale.
Anche i colossi del web non sono immuni a questa crisi: The New York Times ha visto il proprio traffico da ricerca organica scendere dal 44% al 36,5%. Solo The Wall Street Journal mostra ancora una crescita assoluta, ma la sua quota relativa di ricerca organica è passata dal 29% al 24%. Un segnale chiaro: Google sta cambiando le regole del gioco, e non tutti riescono a stare al passo.
Come si potrà sopravvivere in un’era “post traffico di ricerca”
Ad oggi, la domanda cruciale da porsi è: come si può reagire a tutto questo? Diverse testate stanno cercando di costruire un rapporto diretto con il pubblico, riducendo la dipendenza dal traffico organico di Google. Le strategie variano, ma i principi si assomigliano:
- Investimenti in newsletter tematiche e personalizzate.
- Sviluppo di app proprietarie per contenuti esclusivi.
- Eventi dal vivo, conferenze e community locali.
- Miglioramento dell’esperienza utente grazie all’uso di piattaforme native.
The Atlantic, per esempio, ha incrementato la produzione cartacea, ha rinnovato l’app ed ha puntato sugli eventi dal vivo per fidelizzare il lettore. Politico e Insider, entrambe pubblicazioni sotto l’egida di Axel Springer, stanno seguendo strade simili.
Collaborare o denunciare? L’ambiguità degli editori
C’è però l’altra faccia della medaglia: mentre alcune testate denunciano le Big Tech per aver utilizzato i loro contenuti senza alcuna autorizzazione, altre stringono accordi commerciali con le stesse aziende. Il New York Times ha intentato causa contro OpenAI e Microsoft, ma contemporaneamente ha siglato un accordo con Amazon.
News Corp – la casa madre del Wall Street Journal – si muove su entrambi i fronti: da un lato l’accordo con OpenAI, dall’altro la causa contro Perplexity. Una strategia bifronte che riflette l’incertezza del momento. Si combatte, ma nel frattempo si monetizza. Per necessità, non certo per coerenza.
La falsa efficienza delle risposte sintetiche
Ora, è necessario un inciso. Non si tratta solo di una questione economica. C’è in gioco qualcosa di più profondo: la qualità stessa dell’informazione.
Le risposte sintetiche sono utili? Sì! Ma spesso – le risposte sintetiche – sono anche semplificazioni eccessive, contenuti decontestualizzati, affermazioni opache. Un algoritmo non distingue tra un’inchiesta giornalistica ed un contenuto sponsorizzato ben scritto. Non sa cosa sia una fonte autorevole. Eppure, a milioni di utenti viene offerta una risposta sintetica quale “verità assoluta”.
Quando si elimina la possibilità di approfondire, di confrontare, di leggere con spirito critico, si rischia di appiattire il pensiero. L’efficienza informativa si trasforma in superficialità e mediocrità.
Un web senza utenti: l’archeologia digitale è già iniziata
Se l’utente non naviga più, se non clicca più, se si limita a ricevere risposte preconfezionate… che ne sarà del web? Reddit, Wikipedia, Stack Overflow: tutte queste piattaforme stanno vivendo un momento di ridefinizione profonda. I contenuti generati dagli utenti stanno cedendo il passo a contenuti generati dalle macchine.
E il paradosso è evidente: le AI vengono addestrate su contenuti prodotti da esseri umani, ma finiscono per soppiantarli. Insomma siamo in presenza di un ecosistema che consuma le sue stesse radici. Un po’ come un fuoco che brucia la legna su cui si regge.
Ritorno alle origini: costruire comunità, non solo contenuti
C’è, tuttavia, uno spiraglio. Alcuni editori stanno riscoprendo la logica del brand come media, dove il contenuto è parte di una relazione, non solo un prodotto da monetizzare. Le newsletter verticali, le community tematiche, i gruppi privati, i podcast: strumenti che rimettono al centro il lettore, non l’algoritmo.
Chi lavora nel content marketing deve prenderne nota: il futuro non è più (soltanto) SEO. È relazione, posizionamento di marca, fiducia. Ed ancora capacità di dire qualcosa di autentico, di costruire autorità con la voce, con il tono, con la coerenza. Sì. E farlo anche in un mondo dove l’intelligenza artificiale scrive articoli.
Conclusione: una scelta che spetta a noi
Non sappiamo se la trasformazione sarà irreversibile. Forse sì, forse no. Forse tra dieci anni guarderemo a questa fase come all’ennesimo passaggio di un ciclo tecnologico. Ma una cosa è certa: il web è un ambiente vivo, plasmato anche dalle nostre abitudini.
Ogni volta che scegliamo di leggere un articolo originale, che ci iscriviamo ad una newsletter indipendente, che paghiamo un abbonamento per sostenere una testata seria, stiamo contribuendo a preservare un pezzo di web libero.
E tu? Sei pronto a vivere in un mondo dove l’informazione arriva già precotta? O vuoi ancora scegliere da solo cosa leggere, chi seguire ed a chi credere?
Io ho già fatto la mia scelta. E tu?
Alessandro Di Somma
Alessandro Di Somma è il referente di Web Napoli Agency, specializzata nella realizzazione e nel restyling di siti web a Napoli e provincia.
Sviluppa siti web professionali in ambiente WordPress, curando design, performance, sicurezza, SEO on-page e marketing SEO. Appassionato blogger, scrive di tecnologia, web design e marketing online, condividendo best practice e trend del settore.

