Non è solo accessibilità e SEO, è rispetto per l’utente (e per Google). C’è un elemento nel codice HTML che spesso viene saltato a piè pari o peggio, usato in modo sbagliato. Parlo dell’attributo alt text, quello che dovrebbe accompagnare ogni immagine presente su un sito web. Un dettaglio? Tutt’altro. È una delle chiavi per rendere un contenuto accessibile, comprensibile e posizionabile. E no, non è solo una questione di SEO, anche se ci arriviamo. È una questione di qualità, di cura, di comunicazione efficace. Di quelle cose che, se fatte bene, si vedono proprio quando non si vedono.
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L’origine dell’attributo alt text: un ponte tra testi e immagini
Facciamo un passo indietro. L’attributo alt text (in italiano testo alternativo) nasce nei primi anni ’90, quando il web era fatto di testi e immagini caricate a singhiozzo. Browser come Lynx o Mosaic, privi del supporto grafico, avevano bisogno di una descrizione testuale per sostituire o integrare le immagini. Ecco l’idea: offrire una rappresentazione testuale alternativa. In principio, quindi, l’alt text aveva un ruolo puramente funzionale. Ma oggi è molto di più: è un mezzo per garantire accessibilità, arricchire l’esperienza utente e – sì – migliorare la visibilità nei motori di ricerca.
Accessibilità: il testo alternativo come strumento di equità digitale
Spesso si cade nell’errore di pensare che l’accessibilità sia “qualcosa per disabili”. In realtà, riguarda tutti. È il principio secondo cui ogni contenuto dovrebbe essere fruibile in qualsiasi condizione – visiva, cognitiva, ambientale o tecnologica. È qui che l’attributo alt text entra in gioco. Per chi usa screen reader, il testo alternativo è la voce narrante dell’immagine. Se manca, l’esperienza è monca. Se è mal formulato, è fuorviante. E come ogni narrazione, per essere utile deve raccontare il contesto, non solo descrivere la scena.
SEO e alt text: un’alleanza concreta, non una “furbata”
Veniamo alla SEO. Google, tramite le sue linee guida per Google Images, ci spiega che l’attributo alt text è tra i segnali utilizzati per interpretare il contenuto di un’immagine. Ma attenzione: non è un campo da riempire di keyword a casaccio. Se usato in modo manipolativo, rischia di fare più danni che benefici. I crawler non sono più ingenui come un tempo. Oggi, grazie a sistemi di visione artificiale e contestualizzazione semantica, i motori di ricerca valutano l’immagine nel suo insieme. E se l’alt text è incoerente, l’intero sito può essere penalizzato.
Anche il motore di ricerca Bing, seppur con una documentazione meno prolissa, conferma l’importanza del testo alternativo per comprendere il ruolo dell’immagine nella pagina. E, dato che Microsoft come Google integra le sue tecnologie AI nella ricerca, la qualità semantica dei contenuti visivi diventa sempre più cruciale.
L’immagine dice tutto… ma non a tutti: come scrivere un buon testo alternativo
Il primo passo per scrivere un buon alt text è chiedersi: questa immagine è informativa o decorativa? Se serve solo per abbellire – una linea, uno sfondo, un’icona senza funzione – allora il valore corretto è alt="". Questo dice allo screen reader: “Puoi saltare, qui non c’è nulla da raccontare”. Ma se l’immagine aggiunge significato, allora merita parole ben scelte.
E qui non si tratta solo di dire cosa si vede. Serve dire perché quell’immagine è lì. Qual è il messaggio? Che contesto racconta? Prendiamo un esempio reale. Una foto pubblicata sul un sito web mostra due fan di “Guerre stellari” vestiti da “Stormtrooper” in un cinema dove proiettano tutti i film della saga. Un buon testo alternativo potrebbe essere: “Due appassionati di Star Wars, travestiti da truppe d’assalto imperiali al servizio dell’imperatore, sono seduti tra il pubblico, di una sala cinematografica, durante la proiezione di una maratona che ripropone tutti e nove i film della saga.”
Non stiamo solo descrivendo. Stiamo raccontando. Ecco la differenza tra un alt text utile e uno inutile.
IA e testi alternativi: strumenti intelligenti, ma non autonomi
Negli ultimi anni sono spuntati molti strumenti che promettono la generazione automatica di alt text grazie all’AI. Alcuni – come quelli di Ahrefs o Quattr – riescono a offrire buoni risultati, a patto che l’utente fornisca un contesto. Altri, invece, si limitano a descrivere l’immagine in modo sterile e fuori contesto. Il rischio? Creare descrizioni piatte, impersonali e poco utili sia per l’utente che per i motori di ricerca.
Il consiglio, quindi, è semplice: usa pure l’Intelligenza Artificiale come assistente, ma non delegarle la responsabilità di raccontare il tuo contenuto. Il contesto – e quindi il senso – deve restare nelle mani di chi crea la pagina.
Il valore dell’alt text va oltre il codice
L’attributo alt text è uno di quei rari elementi dove etica e tecnica si incontrano. Serve all’utente, ai motori di ricerca, all’accessibilità ed alla qualità generale del contenuto. Non è un campo da riempire per dovere, ma un’opportunità per comunicare meglio, più chiaramente e con più inclusività.
In definitiva: se il tuo sito è fatto anche di immagini – e quasi sempre lo è – allora ogni alt text è una piccola pagina che puoi scrivere. Fallo bene. Per l’utente. Per Google. E per il tuo contenuto che merita di essere capito da tutti, non solo da chi può vederlo.
Alessandro Di Somma
Alessandro Di Somma è il referente di Web Napoli Agency, specializzata nella realizzazione e nel restyling di siti web a Napoli e provincia.
Sviluppa siti web professionali in ambiente WordPress, curando design, performance, sicurezza, SEO on-page e marketing SEO. Appassionato blogger, scrive di tecnologia, web design e marketing online, condividendo best practice e trend del settore.

